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Ingresso in Val Grande. La Colma di Belmello e Pogallo

posted by Gabriele Marazzini on maggio 5, 2018

La Val Grande, l’area selvaggia più grande d’Europa, l’ultimo paradiso, infiniti villaggi in pietra abbandonati e cadenti, creste irte e impercorribili, valli profonde e scoscese, boschi dovunque, segni dell’uomo millenari. La Val Grande colpisce per la sua diversità.

Ci entri piano dapprima in auto sulla interminabile tortuosa stradina da Rovegro, poi salendo piano il ripido sentiero da Cicogna all’alpe Prà (sentiero? I tratti lastricati lo fanno sembrare quasi una strada). Vasti terrazzamenti per ricavare campi sul ripido, ormai divorati dal bosco, e più in alto la fascia dei castagni raccontano di quando con la fatica anche la montagna dava da mangiare. Poi il panorama si apre sul lago e sui giganti di ghiaccio a Ovest. Il grande masso con le coppelle, segno di una frequentazione antica. Subito sopra, la sella con la roccia profondamente scavata per facilitare il transito delle mandrie e ti affacci dall’alto sulla Val Pogallo, lasciando alle spalle la Val Grande, le due profonde fenditure principali. Appollaiate sui ripidi pendii vedi le baite dal tetto sfondato, raggruppate in piccoli villaggi, che il bosco, ancora spoglio, lascia scoperte. Ma quante sono? Ma dove sono i pascoli?

Poi dal balcone dell’Alpe Leciuri la salita nel bosco di faggi sulla cresta fino alla Colma di Belmello. Continuiamo ancora un po’ pestando la neve, attenti a non scivolare sul ripido con l’erba dura e bagnata. Il vuoto profondo su entrambi i lati. Ci fermiamo in cima a un dosso poco prima dell’ultimo risalto in faccia alla Cima Sasso, nera e bianca lì davanti. Quanto mancherà per la cima? Sono le 12:00, ci abbiamo messo quasi tre ore fino a qui. Vedremo la prossima volta. Oggi ci interessa arrivare fino a Pogallo. Torniamo quindi all’Alpe Leciuri e poi giù per l’infinito bosco di faggi che ci accompagna fino al fondo valle. All’Alpe del Braco incontriamo un tipo con tre ragazzi che si sta cucinando un risotto, in fondo qualcuno che risale. Infine ecco Pogallo, un tempo la mini città del legname. I ruderi di casa Sutermeister: le dimensioni danno l’idea di cosa fosse nei primi decenni del ‘900 l’industria del legname in queste valli. Oggi alcune baite ristrutturate, altre in rovina, qualcuna con lavori in corso. L’anziano sdraiato al fresco accanto alla baita di famiglia ci racconta di quando Pogallo era una cittadina: c’era la luce  elettrica e aveva perfino la prigione per chi la sera, dopo aver bevuto, perdeva il controllo. La mattina dopo veniva prelevato e spedito di nuovo al lavoro su per i boschi. Una vita di fatica. Dopo la seconda guerra, il legname era finito e per un paio di decenni si lavorò ancora con le vacche e con le pecore, poi più nulla. Oggi il villaggio vive ancora grazie ad una ventina di persone che lo abitano nel tempo libero e solo nella bella stagione ed ai turisti, benvenuti. Il parco però … La solita diatriba di tutti i residenti in tutti i parchi.

L’ultima grande sorpresa il rientro sulla strada che Karl Sutermeister (industriale tessile, nel 1892 costruì una centrale idroelettrica nei pressi di Cossogno con distribuzione a corrente alternata per alimentare le sue fabbriche a Intra, tra le prime in Europa, fu tra i fondatori della sezione del CAI di Verbania) realizzò questa strada ai primi del ‘900 per facilitare la sua impresa di sfruttamento del legname. Le grandi lastre di granito sono ancorate ad arte nelle pareti di roccia perpendicolari. Dal fondo della valle giunge il fragore del Rio Pogallo. Sui due fianchi della valle cresce rigogliosa la faggeta”, da un sito sulla Val Grande. Prima di allora si andava a Pogallo da Cicogna salendo fino all’Alpe del Braco e poi scendendo sul lungo sentiero che anche noi abbiamo percorso.

Lungo la tortuosa e profonda forra del S. Bernardino che scende a valle tumultuoso con cascate, salti e laghetti blu e verdi, questo sentiero lastricato, scavato nella roccia o appeso su pareti verticali, perfettamente conservato (interventi anche recenti sono riconoscibili), ti accompagna nella lunga, interminabile “uscita”. Interminabile perché non c’è il graduale passaggio dal monte alla valle cui siamo abituati. Per oltre un’ora di saliscendi la scena non cambia mai, sei sempre dentro una gola, il fiume che ruggisce la sotto, a volte vicino, a volte più lontano; “selvaggio” è l’unico attributo che ti viene in mente ma che capisci essere inadeguato a esprimere quello che senti. E poi di colpo il bosco, il verde e dietro la curva Cicogna.

C’è anche un bar, ci gustiamo una birra gelata ripercorrendo le emozioni di una giornata straordinariamente ricca. Al banco ci serve quel signore che la mattina avevamo incontrato a lavare le patate appena tolte dalla terra (erano quelle rimaste dalla scorsa estate) e che ci aveva spiegato che il bar apre alle 9 (Filippo fremeva per un caffé), quando sua moglie torna dopo aver accompagnato a Intra a scuola i quattro ragazzi che vivono in paese. A Cicogna, che pensavo abitata solo d’estate, in effetti vivono tutto l’anno ben 15 persone.

Gabriele con Sergio e Filippo

18 aprile 2018

Cicogna 732 m, dalle 9:20, Alpe Prà 1250 m, Alpe Leciuri 1311 m, Colma di Belmello 1589 m, ultimo dosso 1640 m alle 12:00. A Pogallo 800 m in 1h45′, a Cicogna in 1h10′. Da Pogallo a Cicogna, a causa dei saliscendi, si percorrono ca 350 m di dislivello in salita e circa 400 in discesa. In totale ca 1300 m di dislivello e 12 km.

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Categoria: escursionismo, Tags:

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