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Sardegna trek 2016 parte 2

posted by Marco Boldrini on ottobre 25, 2016

Badde Pentumas, il canyon

Badde Pentumas è un lungo canyon che dall’altopiano di Sovana scende nella verde valle di Lanaitto. Si parte dal rifugio che sorge nei pressi della grande grotta Sa Oche (la voce), che deve il nome al rombo dell’acqua del grande fiume sotterraneo che scorre lì sotto. Un paio d’ore per salire, attraverso campi solcati di calcare bianco e tagliente, fino all’altopiano (m 660) che secoli fa dicono fosse coltivato. Oggi invece è solo per il pascolo brado. I mufloni, di solito facili da avvistare, non si sono fatti vedere. Ancora una mezz’ora ed eccoci al primo salto. 25 m con una pozza proprio sotto. Il problema è solo atterrare sulla stretta cornice ed uscire dalla pozza “in aderenza” sulle pareti lisce. Qui ti trovi dentro un immenso catino lisciato dall’acqua. Impressionante. L’imbuto di uscita si supera di nuovo in aderenza sui simpatici buchetti del calcare.

E poi via lungo la forra, saltando tra i grandi sassi da una calata all’altra. Alla fine saranno una dozzina in totale, non difficili, tra i 10 e i 25 metri. Divertimento allo stato puro!

Un bell’allenamento per affinare la tecnica di calata.

4 ottobre 2016

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Bacu Padente

Un’altra giornata all’insegna della corda doppia. Bacu Padente è una scogliera con una grande caverna e spettacolari formazioni calcaree, poco a Nord della più celebrata Grotta del Fico. Si raggiunge dal mare oppure con un ripido sentiero che precipita a mare dall’altopiano. Oppure, come abbiamo fatto noi, con una bellissima serie di 6 magnifiche doppie, con più tratti nel vuoto.

Complicato l’avvicinamento: dal Golgo bisogna percorrere parecchi chilometri su una carrareccia non proprio in grande condizione. Poi un’oretta tra rovi, campi solcati, facili arrampicate: se non la conosci bene, puoi faticare non poco a trovare l’armo della prima calata. Sei praticamente a picco sopra lo scoglio di arrivo. Comincia la danza, un salto più bello dell’altro. Dopo la terza calata entri in grotta, scendi in disarrampicata ed esci sul terrazzino del salto successivo. Fantastico.

L’ultimo salto, lunghissimo, quasi tutto nel vuoto, con il mare che romba minaccioso lì sotto, è un’emozione unica. Un’ora e mezza per il rientro su un sentiero ripido ma senza problemi e poi una birra gelata che Gian Carlo (la guida di oggi) tira fuori dal bagagliaio dell’auto.

Un’avventura che resta a lungo nel cuore e nella mente.

Gian Carlo, la guida. Non vorrei che, dalle foto, vi faceste un’idea sbagliata di lui. E’ vero che nelle parti tecniche delle gite a volte si presenta “vestito di soli moschettoni” come qualcuna delle signore lo ha descritto, è vero che qualche suo atteggiamento è un po’ sopra le righe, ma è assolutamente ineccepibile dal punto di vista professionale. Ti fa sempre sentire sicuro. E poi ha quell’aria da simpatica canaglia.  Da un tocco in più all’avventura…

5 ottobre 2016

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Serra Oseli – l’anello.

Serra Oseli è un massiccio di bianco calcare che si sviluppa in direzione Nord-Sud nel selvaggio Supramonte di Urzulei. Sulla cresta sommitale si sviluppa la Via Louisiana, uno dei percorsi alpinistici più duri di tutta la Sardegna. Noi ci limitiamo a salire dal versante Est, scavallare sull’altro versante a S’Atta Bassa (quota 855) dove ruderi di ovili ci ricordano le antiche frequentazioni del passo. Scendiamo poi all’ovile Sa Rutta Arrubia (la grotta arancio) al bordo di una grande grotta. Si sale quindi verso la cresta, poco sotto la quale, in una grande grotta in cui si entra infilandosi in uno stretto buco, troviamo un laghetto che raccoglie le acque di stillicidio: un’antica fonte, frequentatissima dai pastori della zona, nonostante la scomodità (in fondo relativa, dato il contesto). Raggiunta la cresta, ci crogioliamo al sole sulle grandi rocce.

Una gita dai panorami sconfinati, con facili arrampicate e un divertente passaggio sulle passerelle di ginepro.

6 ottobre 2016

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Monte Oddeu

Si parte dalla valle di Oddoene, quella del Rio Flumineddu, oggi poco più di un rigagnolo, ma qualche anno fa protagonista della disastrosa alluvione che fece anche delle vittime. Si parcheggia poco dopo il ponte di S’Abba Arva, solido, bello largo, ricostruito dopo l’alluvione, ma con le spallette e le ringhiere metalliche già di nuovo spazzate via dall’acqua, a ricordare che qui la natura non scherza.

Saliamo dapprima nel bosco, poi su lungo ghiaione, ripido e franoso, a destra su una stretta cengia, un bel passaggio verticale facilitato da un tronco di ginepro posato di recente. Poi ancora roccette, qualche cavo e gli immancabili campi solcati del pianoro sommitale. Sulla cima un vento violento. Ci riempiamo gli occhi ed il cuore dello sterminato panorama del “Supramonte incantato” (© Gian Carlo, la guida) e scappiamo subito dopo le foto di rito a cercare una nicchia riparata. Ben rifocillati, affrontiamo la fatica della lunga discesa sulle aguzze lame del calcare. Un paio d’ore affrontando Scala ‘e Cucutos e Scala ‘e Surtana.

All’arrivo mi rendo conto che gli scarponi hanno sofferto: il Vibram della suola è tagliato in più punti e alcuni pezzi si sono staccati. Leggiamo da una descrizione della gita del CAI di Cagliari:

la tipologia di terreno costringe ad un passo attento e continuamente vigile per la presenza di blocchi, placche e lame di calcare. Si richiede una buona preparazione fisica e l’utilizzo di un appropriato equipaggiamento. Gli scarponi, in particolare, devono avere il fondo ben scolpito ed essere ampiamente collaudati.

I miei lo erano, forse troppo?

7 ottobre 2016

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Tavolara Punta Cannone

Ormai sulla via del rientro (questa sera ci aspetta il traghetto a Golfo Aranci) un’ultima chicca, la ferrata di Punta Cannone a Tavolara. Riempiamo il battellino che in venti minuti ci porta sull’isola. Una nuova colazione al baretto sulla spiaggia e poi su per il sentiero che diventa subito ripido e scivoloso. Non si fa mancare qualche roccetta e qualche tratto in cui usare le mani. Un bel passaggio verticale con l’immancabile s’iscala ‘e fustes ed una paretina facilitata da una corda fissa. Eccoci alla cosiddetta prima cengia. Da lì il sentiero costeggia a lungo la parete soprastante e, dopo qualche bel passaggio e qualche corda, sbuchiamo sul vasto pianoro della seconda cengia. Da qui la parte più ostica della ferrata in meno di mezz’ora porta in cima. Spettacolare, dicono. Purtroppo non ci sono arrivato a causa di un malinteso con la guida.

Una ragione in più per tornare l’anno prossimo.

8 ottobre 2016

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Categoria: escursionismo e via ferrata, Tags:

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